Introduzione

La totale mancanza della figura materna e di un suo sostituto nei primi anni di vita e la conseguente istituzionalizzazione determinano una situazione stressogena intensa che produce carenze molto gravi condizionando pesantemente lo sviluppo psichico, fisico, cognitivo ed emotivo del minore e della persona che diventerà. L’articolo prende in considerazione soprattutto gli studi di Spitz e Bowlby, autori che hanno dato un contributo essenziale alla comprensione delle conseguenze dello stress in età evolutiva in minori privi di una figura di accudimento e istituzionalizzati. Infine, concludiamo con un breve accenno alla funzione materna e alla fondamentale importanza della relazione affettiva quotidiana che instaura con il suo bambino.

Cure materne e salute mentale del bambino

L’uomo da sempre è consapevole dell’importanza del legame tra un bambino e le sue figure principali di accudimento, che solitamente corrispondono ai genitori naturali dello stesso.

Le madri nella normalità del quotidiano attivano modalità di cura dei loro bambini in modo spontaneo (Bowlby, 1950) e istintivo, ma il tipo di cure e la presenza della madre possono variare ed essere più o meno funzionali allo sviluppo del bambino.

Se la relazione tra madre e infante non si realizza in modo “sufficientemente buono”, ci saranno conseguenze sul benessere psicologico di quest’ultimo. La totale mancanza della figura materna e di un suo sostituto ha effetti ancora più pesanti e condiziona gravemente lo sviluppo del bambino da un punto di vista fisico, cognitivo, emotivo: questo accade quando gli si trova senza figure di riferimento e viene istituzionalizzato. In questa penosa situazione si trovano molti bambini durante gli eventi bellici tanto che i primi studi sistematici sullo sviluppo del bambino senza una presenza materna sono stati svolti durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale: da questi pionieristici studi parte questa breve esposizione.

Nel 1950 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) affida a John Bowlby una ricerca sui bambini che non godono delle cure genitoriali funzionali alla propria crescita. Si tratta di una situazione varia e composita, in gran parte motivata dall’orrore della Seconda Guerra Mondiale appena terminata: si tratta dei bambini rimasti orfani, i cui genitori sono morti, spesso a causa della Grande Guerra.

Nasce così il rapporto Maternal Care and Mental Health (1951), imperniato sull’analisi degli effetti sullo sviluppo del bambino in caso di insufficienza o mancanza di cure materne. Se la mancanza di cure è parziale, le conseguenze sono “una forte ansia, un bisogno eccessivo d’affetto e potenti desideri di vendetta, fonte a loro volta di sentimenti di colpa e stati depressivi“. Non essendo il bambino in grado di gestire tali violenti impulsi, essi provocano alterazioni della struttura psichica che a lungo andare possono causare “sintomi nevrotici” e “instabilità del carattere“. Se la mancanza di cure è totale provoca “ripercussioni ancora più lontane sullo sviluppo del carattere e può compromettere definitivamente la facoltà di stabilire contatti affettivi” (Bowlby, 1951).

Gli effetti della mancanza di cure materne si mostrano fin da quando il bambino ha poche settimane di vita, come dimostrato in alcuni studi su neonati istituzionalizzati: apatia, emaciazione, pallore, relativa immobilità, tranquillità, assenza di reazione agli stimoli (sorriso e vocalizzo), inappetenza, arresto di peso nonostante un regime alimentare che sarebbe adeguato se il bambino vivesse in famiglia, frequenti evacuazioni, cattiva qualità del sonno, aspetto infelice, predisposizione a episodi febbrili, mancanza di suzione degli oggetti (Bowlby, 1951).

Altri studi su bambini istituzionalizzati (Spitz, 1945; Spitz e Wolf, 1946b) hanno sottolineato come il loro Quoziente di Sviluppo diminuisca drasticamente nel tempo se permane la condizione dell’Istituzionalizzazione. Alla prima rilevazione, i bambini avevano un Quoziente di Sviluppo di 124, che è sceso a 72 all’età di 12 mesi e a 45 alla fine del secondo anno.

Al contrario l’interruzione dell’istituzionalizzazione porta a un rapido miglioramento: ad esempio due settimane in famiglia portano a progressi nel linguaggio raggiungibili in media in tre mesi (Burlingham e Freud, 1943).

Spitz osserva nel tempo un gruppo di 91 bambini orfani che vivono dalla nascita in un brefotrofio e li confronta con un gruppo di 220 bambini, le cui madri, detenute, hanno la possibilità di dedicarsi a loro quotidianamente nel nido. Pur essendo similari e soddisfacenti le cure igieniche (tutti i bambini ricevevano una adeguata quantità di cibo ed erano assistiti in caso di bisogno di cure fisiche), i due gruppi presentavano enormi differenze di sviluppo: i figli delle donne carcerate crescevano normalmente, mentre gli orfani soffrivano di importanti ritardi di sviluppo in generale, da un punto di vista motorio, cognitivo e emotivo-relazionale (come ad esempio inespressività nel volto, spasmi muscolari, mancanza di risposta agli stimoli esterni, crisi di pianto e rapido abbassamento delle difese immunitarie). Di questo sfortunato gruppo di bambini orfani osservati da Spitz il 37,3% è morto prima del compimento del secondo anno di vita.

L’unica importante differenza tra i due gruppi era la presenza quotidiana delle cure materne: i minori del brefotrofio erano affidati alle cure di assistenti (una per gruppi di 7 bambini) e la prassi era di tenerli nelle culle o in box singoli per motivi igienici, in uno stato di completo isolamento sociale.

Raramente ci si rende conto della grande importanza della madre nei processi di apprendimento e di presa di coscienza del bambino. Ancor più raramente ci si rende conto dell’importanza primordiale che in questo processo hanno i sentimenti della madre, cioè quello che noi chiamiamo atteggiamento affettivo. La tenerezza della madre le permette di offrire al bambino una ricca gamma di esperienze vitali; il suo atteggiamento affettivo determina la qualità delle esperienze stesse. Ognuno di noi percepisce affettivamente e reagisce alle manifestazioni affettive. Questo vale ancor più per il bambino, il quale percepisce affettivamente in modo assai più pronunciato dell’adulto. Nei primi tre mesi le esperienze del bambino sono esclusivamente di ordine affettivo; il sensorio, la capacità di discriminazione, l’apparato percettivo non sono ancora sviluppati dal punto di vista psicologico e forse neppure dal punto di vista fisico. Quindi è l’atteggiamento affettivo della madre che serve di orientamento per il lattante. […] Nel rapporto madre-bambino, la madre rappresenta il fattore ambientale o, se si preferisce, si può dire che la madre rappresenta l’ambiente.

(Spitz, 1972)

Dopo i 5, 7 anni di età, la separazione dalla madre (quando in questi primi anni il rapporto è stato continuativo e “sufficientemente buono”) non determina più gravi conseguenze, nella maggioranza dei casi: il bambino ha sviluppato una solidità nella propria struttura psicologica. È da notare come le problematiche relative alla separazione dal caregiver in quest’età possa essere dannosa quando accompagnata dal timore che la stessa non sia stata necessaria ma scelta dal genitore e arriva a mettere in dubbio la qualità dell’amore dello stesso verso il figlio. I bambini che venivano preparati all’allontanamento che veniva motivato da contingenze esterne in genere erano più sereni di quelli che lo subivano senza un accompagnamento adeguato: questi potevano alla fine attribuirlo alla propria cattiveria e/o inadeguatezza oppure a quella dei genitori. In questi casi i minori sviluppavano sentimenti di ansia e odio.

I numerosi studi sulle condizioni dei bambini evacuati dalle grandi città durante la Seconda Guerra Mondiale confermano il quadro sopra delineato: sono stati segnalati, tra gli altri, un aumento dei casi di enuresi (Isaacs, 1941) e di sintomi nevrotici e delinquenziali (Burt, 1940) e il calo di rendimento nel lavoro scolastico.

La correlazione positiva tra crescita cognitiva e crescita fisica è stata dimostrata da diversi studi, citati da Bowlby, sempre nel rapporto qui in oggetto:

Ogni volta che il test Wetzel Grid mostra un arresto della crescita fisica, il test di Standford-Binet traduce similmente un arresto nello sviluppo dell’intelligenza. E infatti, quando si sottopongono al test Wetzel Grid dei bambini che hanno subito già due test d’intelligenza, è possibile prevedere, con sconcertante precisione, e basandosi semplicemente sulle cifre relative allo sviluppo fisico, il grado esatto del ritardo intellettivo verificatosi in un dato tempo.

(Binning, 1949)

Non solo: la qualità delle prime relazioni con i caregivers determinano anche l’evoluzione della personalità dell’individuo in modo equilibrato o patologico.

Questi studi pionieristici hanno trovato conferma in numerosi studi successivi, condotti per lo più negli orfanotrofi russi e rumeni, paesi in cui non è stata ancora prevista una legislazione in merito.

I bambini si trovano a vivere in perfette condizioni igienico sanitarie, hanno a disposizione giocattoli e strutture, ma sono affidati alle cure di un alto numero di operatori che ruotano e non si dedicano all’approfondimento della relazione con il singolo bambino: le interazioni sono brevi e mancano stimolazioni di ogni tipo, percettivo, motorio e linguistico (Monti et al. 2010)

Orfanotrofi e brefotrofi non possono essere considerati luoghi adatti alla crescita dei bambini, in quanto si tratta di “Istituzioni Totali” (Goffman, 1968), in cui i bambini vivono stati di profonda deprivazione emotiva e sociale.

FUNZIONE MATERNA

Risulta a questo punto chiaro come lo stress emotivo derivante dalla mancanza della figura materna (o di un adulto significativo di riferimento) priva il bambino di una presenza fondamentale: la madre abbracciando, sorridendo, parlando al suo bambino lo nutre della sua intenzionalità desiderante a favore del suo benessere e della sua crescita. In qualità di “mondo simbolico” la madre trasmette al figlio parole e gesti dell’ambiente in cui è inserito, lo nutre di umanità e determina lo sviluppo del suo ancora immaturo sistema psichico (Spitz, 1972). Il bambino orfano, sebbene nutrito e pulito, manca di un punto di riferimento vitale per lui, come sospeso nel vuoto affettivo e di significati del mondo intorno. Le mani della madre sostengono il bambino per impedire che la sua vita cada nel vuoto e nel non senso (Recalcati, 2015).

Il bambino sperimenta nella relazione con la madre la più alta forma di accettazione:

sono amato per ciò che sono, anzi, più precisamente, perché sono“.

(Fromm, 1957)

Bibliografia 

  • Bowlby, J. (1951) Cure materne e salute mentale del bambino, Giunti Editore S.p.A, 2012
  • Bowlby, J. (1989) Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello  Cortina Editore, Milano, 2022
  • Fromm, E. (1956) L’arte di amare, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2016
  • Monti, F. Agostini, F. Ferracuti, C. (2010)  L’istituzionalizzazione precoce in Russia e Romania e gli effetti sullo sviluppo infantile  in “Psicologia clinica dello sviluppo” (Articolo in rivista)
  • Recalcati, M. (2015) “Le mani della madre”, Feltrinelli, Milano, 2015
  • Spitz, R. (1972) Il primo anno di vita del bambino, Giunti-Barbera, Firenze