Introduzione

L’etimologia della parola trauma attinge al termine greco ‘ferita’, una lesione o rottura prodotta da un agente esterno capace di ‘azione improvvisa, rapida e violenta’.

Nella vita ognuno esperisce situazioni dolorose come incidenti, lutti, abbandoni, a volte derivanti da di fenomeni naturali come terremoti, inondazioni ed eventi simili. La violenza e l’imprevedibilità causano risposte emotive caratterizzate da paura intensa e sentimenti di impotenza: si inscrivono profondamente nella psiche.

Di solito le persone riescono ad affrontare le conseguenze psicologiche connesse agli eventi traumatici, ma quando questo non accade è possibile sviluppare sintomi del Disturbo Post Traumatico da Stress.

Dal trauma da combattimento…

L’interesse per la condizione traumatica si accentuò dopo i due conflitti bellici mondiali e la guerra del Vietnam. Dopo la Prima Guerra Mondiale viene coniato il termine ‘shell shock’ proprio per indicare i gravi disturbi mentali che colpiscono alcuni soldati, che comprendevano sintomi quali tremori, paralisi, palpitazioni, tic, ma anche incubi, attacchi di panico, ansia, tendenze suicide, ‘confusione allucinatoria’, ‘ipersensibilità al rumore’, ’delirio sensoriale’. Inizialmente si ipotizza che tali sintomi siano connessi a lesioni cerebrali dovute alla vicinanza dei bombardamenti, al rumore eccessivo e all’avvelenamento da monossido di carbonio connessi. Ben presto tale ipotesi viene abbandonata considerando che tali sintomi erano presenti anche in chi era stato lontano dai bombardamenti.

Tra gli studi pioneristici prendiamo in considerazione quelli di Abram Kardiner, che iniziano al termine della Prima Guerra Mondiale e vengono da lui ripresi e sistematizzati al termine della Seconda. Il contributo di Kardiner si focalizza sull’osservazione dei sintomi in molti reduci che lo porta all’individuazione della componente fisiologica del trauma. Chiama il nucleo del trauma fisionevrositermine che sottolinea l’eccitazione fisiologica estrema che si attiva nel momento del trauma e si perpetua nel tempo. Elemento centrale è la riattivazione del ricordo traumatico in occasione di particolari elementi sensoriali connessi allo stesso. In questo caso la persona agisce come se ‘l’evento traumatico originario fosse ancora in corso e mette in atto quelle strategie protettive che hanno fallito nella situazione originaria’.

E’ come se la persona fosse sempre concentrata a cogliere potenziali segnali di pericolo nell’ambiente. Lo stato di allerta, che durante l’evento traumatico viene automaticamente attivato per autoproteggersi, diventa condizione esistenziale costante, rendendo l’esperienza traumatica continuamente presente. In questo modo il vissuto esperito durante l’evento traumatico si dilata all’infinito intrappolando la persona in uno stato di continuo e impotente malessere.

all’etichetta diagnostica di PTSD

Per arrivare ad un’etichetta diagnostica bisogna aspettare il 1970 quando Shatan e Lifton fondano dei gruppi di discussione per veterani della guerra del Vietnam e fanno pressione all’American Psychiatric Association: viene coniato il termine Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD: post traumatic stress disorder).

Si tratta di un importante traguardo, se si pensa che le vittime di shell shock non erano riconosciute come tali ma persone con scarsa motivazione volontà o una fragilità psicologica pregressa. Durante la prima Guerra Mondiale vennero diramati dai vari governi prescrizioni a non utilizzare tale termine, ‘né nei verbali del reggimento, né nelle relazioni ospedaliere né in qualsiasi altro referto medico’.

Attualmente il Disturbo da Stress Post-Traumatico è riconosciuto ed inserito all’interno del DSM-5, che contempla tra i criteri diagnostici:

  • Esposizione morte reale o minaccia di morte, grave lesione o violenza sessuale

  • Presenza di sintomi intrusivi associati all’evento traumatico

  • Evitamento persistente degli stimoli associati all’evento traumatico

  • Alterazioni negative di pensieri ed emozioni associate all’evento traumatico

  • Marcate alterazioni dell’arousal e della reattività associati all’evento traumatico

  • Disagio clinicamente significativo (in aree importanti tipo quella sociale, lavorativa..).

L’intuizione di Kardiner secondo cui la nevrosi traumatica è collegata con alcuni aspetti della fisiologia sono stati confermati da studi successivi e supportati da idonea base scientifica. Studi recenti di Bessel van der Kolk hanno infatti hanno mostrato in pazienti affetti da DPTS la riduzione nell’attivazione dell’area di Broca, situata nell’emisfero sinistro e deputata all’elaborazione linguistica dell’esperienza e un aumento dell’attività in quelle aree dell’emisfero destro coinvolte nell’elaborazione delle emozioni intense e delle immagini visive. Analogamente, si registra nei pazienti post-traumatici l’attivazione dell’area 19 di Brodman, da dove di solito le immagini grezze transitano per arrivare in altre aree del cervello deputate a dar loro significato. La permanenza in quest’area delle immagini nel cervello dopo tanto tempo rispetto all’esposizione del trauma depone a favore dell’ipotesi che il cervello vive il trauma come se si stesse verificando in quel momento. 6

Sempre secondo uno dei maggiori studiosi contemporanei del trauma, il nucleo del PTSD è da ricercare nell’incapacità di elaborare l’informazione a livello simbolico. Il processo di memorizzazione dell’evento traumatico avviene infatti senza poter coinvolgere la memoria narrativa che è esplicita, semantica e simbolica. Nel ricordo traumatico le sensazioni somatoestesiche sono gli unici elementi che vengono memorizzati, senza la possibilità di integrare i vari elementi in una dimensione narrativa.

Le memorie traumatiche sono dissociate: le diverse sensazioni registrate dal cervello al momento del trauma non sono correttamente assemblate in una storia, in un pezzo di autobiografia’.7

Si tratta di frammenti di esperienza sensoriale che rimangono ‘dissociati’ e non elaborati, che appartengono al ‘regno’ della memoria implicita. Questa impossibilità di integrare i vari elementi all’interno di un racconto si riflette nella difficoltà dei pazienti di raccontare l’accaduto. In mancanza di un racconto, quello che rimane è un ‘terrore muto’ senza parole.

Guarire dal trauma

Come sottolinea Bessel van der Kolk, parlare del trauma e dare una forma all’evento traumatico di tipo narrativo non è sufficiente per determinare la guarigione, ma è fondamentale per iniziarla. Per superare definitivamente il trauma è necessario confrontarsi con esso, ripercorrerlo, costruire una narrazione che lo racconti e ci permetta di integrarlo nella propria linea temporale autobiografica, all’interno di un percorso di psicoterapia. In questo modo il cervello razionale può cercare di costruire un sistema di nessi causali e dare significato all’evento traumatico.

Ci sono però passi che il cervello razionale non è in grado di compiere e che riguardano il funzionamento del cervello emotivo. ’Sensazioni viscerali, battito cardiaco, respiro corto e superficiale, sensazioni di crepacuore, voce flebile e strozzata, movimenti fisici caratteristici del collasso, della rigidità, della rabbia e dell’impotenza’ sono un esempio di sensazioni fisiche che raccontano la tonalità emotiva degli avvenimenti traumatici, che viene vissuta dal soggetto e che si inscrive profondamente nella sua psiche. E’ necessario allora riequilibrare il funzionamento del cervello emotivo con la ‘terapia del sistema limbico: riparare il sistema fallace e riportare il cervello emotivo al suo lavoro ordinario, quello, cioè, di essere una quieta presenza di fondo, che si prende cura di governare il nostro corpo, assicurandosi che mangiamo, dormiamo, siamo connessi intimamente ai nostri partner, proteggiamo i nostri figli e li difendiamo dal pericolo.’10

Conclusioni

Il processo che ha portato alla conoscenza dei meccanismi cerebrali e mentali connessi al fenomeno traumatico è stato lungo ma ora, anche grazie alle conferme offerte dalle neuroscienze, gli studi sulla complessità del trauma si sono notevolmente evoluti. L’auspicio è che con il tempo si possa far sempre più luce sui meccanismi cerebrali ed emotivi connessi all’orrore del trauma, in modo da alleggerire i vissuti dei pazienti e sostenerli nel cammino che li porti fuori dall’abisso doloroso del trauma.

Bibliografia

  • KARDINER A., 1941, The traumatic neurosis of war, Hoeber, New York, p.82; VAN DER KOLK B. A., VAN DER HART O., MARMAR C.R., Dissociazione ed elaborazione dell’informazione in VAN DER KOLK B. A., MC FARLANE A.C., WEISAETH L. – a cura -, 1996, Stress traumatico. Gli effetti sulla mente, sul corpo e sulla società delle esperienze intollerabili, Ma.Gi., Bergamo, 2004,

  • MILAZZO F., La ‘guerra dei nervi’. Shell shock, nevrosi traumatiche e primo conflitto mondiale (di Fabio Milazzo), su Pelorocab.unime.it.

  • VAN DER KOLK B. A., ‘Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche, Raffaello Cortina Editore, 2014